Reprinted from 'All'Hotel Stancliffe e altri racconti giovanili', edited and translated by Maddalena De Leo, 2004, Edizioni Ripostes, Salerno-Roma. With permission from Prof. De Leo. *************** ALBIONE E MARINA ‘Albion and Marina’ fu composto da Charlotte Brontë nel 1829, a soli quattordici anni e in quattro ore. Primo fra i racconti del ciclo di Angria che si impongono per il loro spessore letterario, è anche, in assoluto, la prima storia d’amore che la nostra autrice abbia mai scritto. E’ un racconto delicato, ricco di descrizioni paesaggistiche, soprattutto nella prima parte, pervaso da sentimenti forti e colpi di scena. Apparentemente scritto, nella finzione proposta da Charlotte, da Charles, secondogenito del duca di Wellington (denominato qui Lord Strathelleraye), vuole essere una rivalsa di questi nei confronti del fratello Arthur Wellesley, futuro protagonista della saga con il nome di Zamorna, a causa del finale tragico della vicenda che però è da lui subito smentito nella prefazione. La protagonista di ‘Albion and Marina’ è infatti il personaggio che Charlotte denomina nei successivi racconti del ciclo di Angria come Marian Hume, prima moglie di Zamorna e, di conseguenza, non affatto morta, come il fittizio autore vorrebbe far credere ai suoi lettori. Anche se ancora alquanto inesperta, l’abile penna di Charlotte riesce a delineare con chiarezza e sottile introspezione psicologica i due personaggi principali del racconto: Albione, giovane letterato dal carattere già visibilmente appassionato, alla sua prima esperienza amorosa non è immune da quel fascino esercitato sulle donne che lo renderà in seguito un impareggiabile seduttore; Marina, l’eroina angelica e tipicamente romantica, capace di morire nell’attesa vana dell’amato, che riesce però ad essere dall’inizio alla fine il filo conduttore della narrazione. Si accenna anche ad un medico, Sir Alured Angus, padre di Marina e socialmente di gran lunga inferiore al duca, padre di Albione, che insieme con la figlia sarà riproposto ai lettori molti anni dopo in Villette attraverso le sembianze di Mr Home e della sua dolce Paulina Mary, come anche viene per la prima volta delineata, con il personaggio di Lady Zelzia Ellrington, la figura della donna avvenente e provocatoria che negli anni maturi si identificherà con la Blanche Ingram di Jane Eyre. La prima parte scorre veloce, forse sin troppo. E’ interessante notare la dovizia di particolari del paesaggio rurale del sud d’Inghilterra fornitici dalla giovane autrice, che mai sino ad allora aveva visto altro ambiente naturale che non fosse quello rude e selvaggio del natìo Yorkshire. Il tutto era frutto delle tante letture e della considerevole cultura che questa giovanetta vittoriana dalla fervida immaginazione aveva già accumulato in così pochi anni di vita. Sempre nella prima parte del racconto vengono infatti citati con ammirazione e competenza molti autori di culture europee antiche e moderne quali Sofocle e Milton. La seconda parte di ‘Albion and Marina’ è invece più cadenzata e coinvolgente. Se momento più rilevante di essa è quello dell’apparizione di Marina all’amato proprio nell’attimo stesso in cui ella è morta, come si apprenderà in seguito, la forza del racconto è data dall’intensità del richiamo che la giovane lontana esercita sul marchese, tanto da ricondurlo a lei tenendolo in suo potere solo con l’evocazione del pensiero. Questa scena è chiaramente ‘in nuce’ quello che poi sarà il momento cruciale del romanzo più famoso di Charlotte, scritto ben diciotto anni dopo e che attraverso il ripetersi ossessivo del nome della protagonista (‘Jane, Jane, Jane!’) ne risolve i dubbi e le incertezze dando una svolta decisiva alla trama. Anche nel più primitivo '‘lbion and Marina'’la voce udita porta rapidamente ad un epilogo che è parimenti tragico in quanto messaggera di un capovolgimento della situazione iniziale. ‘Albion and Marina’ è un racconto gradevole che mira a far conoscere una Charlotte autrice il cui genio è ancora in erba. Proprio per questo esso ha trovato di recente il consenso del pubblico giovanile nell’edizione della Juvenilia Press proposta e curata da Jean Richardson presso l’Università di Alberta, U.S.A.. Al di là degli inevitabili riferimenti al mondo di Angria i personaggi del racconto si delineano già in maniera convincente e preludono a quelli splendidi della maturità facendo proprie passioni e desideri. E’ giusto quindi che anche i lettori italiani possano finalmente conoscere ed apprezzare, attraverso questa storia, la prima di una serie di eroine brontëane poco o affatto ricordate i cui geni appaiono comuni a quelli delle ormai universalmente conosciute Jane Eyre e Lucy Snowe. …………… ALBIONE E MARINA Racconto di Lord Wellesley Basato su fatti veri nelle sue parti principali Pubblicato e venduto dal Sergente Tree e da tutti gli altri librai di Glasstown, Parigi, ecc. PREFAZIONE Ho scritto questo racconto per far fronte alle calunnie e alle malignità che di recente mi si sono proposte. Molte sue parti, soprattutto la prima, sono state composte sotto un’influenza misteriosa di cui non mi ritengo responsabile. Chi mi legge riconoscerà con facilità i personaggi attraverso il velo sottile che ho costruito intorno a loro. Ho anche molto abbellito Lady Zenobia Zelzia Ellrington. Non è poi così avvenente come l'ho presentata ed ha lottato con molta più forza per strappar quel qualcuno alle grazie di un’altra persona di più di quanto io non dica. Ma i tentativi sono falliti. Albione è rimasto inflessibile. Non pretendo di anticipare le sue azioni ma credo che l’ineguagliabile superiorità di Marina prevarrà sulla rivale di origine francese che, come tutti sanno, riassume in sé inganno, chiacchiera, provincialismo, autoritarismo e artificiosità. Il finale è comunque completamente lontano dalla verità e l’ho scritto così per vendetta. Albione e Marina sono ambedue vivi e vegeti e, per quanto ne so, godono buona salute. C’è qualcosa, tuttavia, che mi farà star male e cioè il risaputo scandalo riguardante Tree (l’editore); spero però che i lettori mi perdoneranno, dato che prometto di fare ammenda a usura nel mio prossimo libro. C. Wellesley (1) 12 ottobre 1830 L’ho scritto in quattro ore. C.B. CAPITOLO I Albione Esiste a sud dell’Inghilterra un grazioso villaggio agreste che conosco meglio di chiunque altro. Il paesaggio che lo circonda non possiede alcuna di quelle caratteristiche grandiosamente romantiche e selvagge che possano farlo figurare a buon diritto in una storia, cosa questa di cui non si ha alcuna pretesa con questa narrazione. Non ci sono rocce aspre ed elevate né cime maestose dai contorni indistinti che alterano, con il loro cipiglio, il volto imperturbabile della natura; ma piccole valli tranquille, colline basse ricoperte di boschi, cascatelle mormoranti e ruscelletti, campi ben coltivati, fattorie, villini di campagna e un bel fiume costituiscono le caratteristiche del paesaggio. Ad ogni piccolo villaggio appartengono uno o più uomini importanti. Questo qui ne aveva uno che non era affatto un uomo da poco (2). Lo conoscevano tutti per fama e ognuno ne parlava. Lo chiameremo Duca di Strathelleraye, anche perché questo era il nome del villaggio. Per più di trenta miglia tutt’intorno la terra apparteneva a lui e chiunque fra gli uomini si trovava ad essere suo dipendente. La magnifica villa, o dovrei dire il palazzo, di questo nobile si ergeva su un’altura circondata da un ampio parco e dall’ombra riparata di un antico bosco che sembrava pretendere con orgoglio l’obbedienza di tutta la regione. Il modo di pensare, le imprese, il carattere del suo grande proprietario non devono, non possono essere tracciati da una penna modesta come la mia perché, pur chiamando in mio aiuto l’amor filiale e un’ammirazione devota, ambedue sarebbero comunque inefficaci. Sebbene il duca di rado si curasse dei suoi devoti vassalli, essendo trattenuto altrove da occupazioni importanti, la duchessa sua moglie risiedeva sempre al castello. Di lei posso dire solo che era un angelo sceso in terra. Era tutta carità, beneficenza, gentilezza e dolcezza. Tutti, giovani e anziani, l’adoravano e le benedizioni di coloro che stavano per morire erano sempre a lei dirette. Sua Grazia aveva anche due figli, che spesso venivano in visita a Strathelleraye. Del più giovane, Lord Cornelius, si è detto tutto una volta informato il lettore che egli aveva diciassette anni, era serio, sentenzioso, stoico, abbastanza altezzoso e sarcastico, di bella fisionomia anche se un po’ scuro di carnagione; che aveva spessi e lunghi capelli neri come l’ala di un corvo; e che non gradiva fare altro se non starsene seduto in un intrattabile silenzio a pensare alla vanità umana o ad esercitare al meglio la sua mente, applicandosi allo studio della matematica nei suoi stadi più elevati e a quella scienza sublime che è l’astronomia. Il figlio maggiore, Albione, Marchese di Tagus, è l’eroe di questo mio racconto. Egli aveva superato i diciannove anni, era di statura alta e di aspetto simile, per magnificenza e proporzioni, a quello di Apollo Belvedere. L’abbondanza dei suoi riccioli luminosi di color castano si posava su una fronte bianca come il marmo e tranquilla. Il naso e la bocca erano forgiati nel modo più perfetto. E mai vidi qualcosa di simile a quegli occhi! Oh! Avrei potuto rimanere inchiodato alle catene dell’ammirazione e guardarli per ore! Che luminosa profondità e trasparenza in quelle pupille di un radioso castano. Ed il fascino del suo sorriso era irresistibile, anche se di rado lo splendore della mente si faceva strada attraverso l’espressione pensosa e quasi malinconica delle sue nobili fattezze. Era un soldato, capitano del Reggimento Reale dei Cavalieri e tutto ciò che faceva e a cui si dedicava aveva una grazia marziale. Le sue facoltà mentali si adeguavano perfettamente a tale aspetto esteriore, perché erano delle migliori; e, per quanto diverso dal fratello minore, interamente concentrato nello studio, era tuttavia molto portato per le lingue antiche e si assorbiva profondamente nella lettura dei classici greci e latini, oltre che alle opere inglesi, tedesce e italiane. Questo era il mio eroe. L’unico neo che mai sia io riuscito a scoprire nel suo carattere fu un certo ardore o impetuosità di temperamento che talvolta lo portava fuori dai limiti consentiti, anche se uno sguardo impercettibile o una sola parola di rimprovero di suo padre riuscivano a contenere la sua foga all’istante riconducendolo subito alla calma. Non c’è da meravigliarsi quindi che il duca fosse, a ragione, orgoglioso di tale figlio. CAPITOLO II Marina A circa due miglia di distanza dal castello sorgeva una graziosa casetta situata nella radura, completamente nascosta alla vista da una fitta foresta. Sul retro c’era un prato limitato in maniera uniforme da cespugli dorosi e dinanzi ad essa un raffinato giardino di fiori. Era questa la dimora di Sir Alured Angus, scozzese, medico personale di Sua Grazia, e per quanto dotato di modi e comportamento da gentiluomo, pur tuttavia severo, austero e in un certo qual modo languido nell’atteggiamento e nel modo di porsi. Era vedovo ed aveva una sola figlia, che chiamerò Marina, nome che ricorda molto da vicino quello vero. Non c’è rosa selvaggia sbocciata in un luogo appartato o campanula che fa capolino da un muro antico che potesse eguagliare la leggiadrìa di questo fiore della foresta. Il colore delle sue guance superava la sfumatura più delicata della prima, persino quando il bocciolo sta ancora per aprirsi nella brezza estiva, e l’azzurro chiaro dei suoi occhi riusciva a far apparire sbiadita la seconda, quasi come un giacinto scuro. E ancora, l’intreccio di seta dei suoi capelli color nocciola che si posavano con riccioli leggeri sul collo e sulla fronte bianchi come la neve appariva più elegante dei teneri viticci di una vite. Il vestito ricordava per semplicità quello dei quaccheri. Un bianco senza macchia o un verde scuro erano i colori che ella indossava sempre, senza altro ornamento se non un filo di perle intorno al collo. Non si inoltrava mai oltre le vicinanze del verde vicoletto boscoso che delimitava un lungo campo di grano nei pressi della casa. Lì nelle calde sere d’estate ella era solita gironzolare indugiando ad ascoltare il canto dell’allodola, talvolta unendosi a lei con voce più armoniosa in deliziosi gorgheggi. Quando le tristi giornate o serate d’autunno e d’inverno non permettevano tali passeggiate ella si divertiva a disegnare (arte per la quale aveva proprio inclinazione), a suonare l’arpa, a leggere le migliori opere inglesi, francesi o italiane (riuscendo a comprenderle tutte) nella fornita biblioteca del padre, e talvolta ricamava un poco. E così, in un isolamento quasi assoluto (perché di rado poteva godere persino della compagnia di Sir Alured, dato che di solito egli abitava a Londra) ella era abbastanza felice, pensando con innocente meraviglia a coloro che potevano trarre piacere dai chiassosi divertimenti di quella che viene chiamata ‘alta società’. Un giorno, Lady Strathelleraye passeggiava nel bosco quando incontrò Marina, e dopo aver appreso chi fosse, affascinata dalla sua bellezza e dai modi, la invitò a recarsi, l’indomani, al castello. Ella ubbidì ed incontrò lì il marchese di Tagus. Questi ne rimase ancor più sorpreso e compiaciuto della duchessa e quando ella se ne fu andata pose a sua madre molte domande su di lei, alle quali ricevè risposte soddisfacenti. In seguito, per un certo periodo di tempo, egli apparve indifferente e distratto. Il lettore avrà facilmente capito che, cosa ormai banale, si era innamorato. Lord Cornelius, suo fratello, lo mise in guardia contro tale follia ma invece di prestare ascolto ai suoi saggi consigli egli dapprima ne rise, poi minaccioso, gli intimò il silenzio. Dopo pochi giorni andò in visita a Oakwood House (la dimora di Sir Alured) e in seguito a ciò divenne più triste di prima. Suo padre osservò questo suo atteggiamento ed un giorno, mentre erano seduti senza altra compagnia ne fece parola ad Albione, dicendogli anche che ne conosceva le ragioni. Albione arrossì ma non rispose. ‘Figlio mio, non ho nulla in contrario ai tuoi desideri’, continuò il duca, ‘malgrado ci sia una considerevole differenza di ceto tra te e Marina Angus, cosa che però viene bilanciata dalle tante lodevoli qualità che ella possiede’. Al sentire tali parole, Arthur, - intendo dire Albione, (3) – saltò su, e poi prostrandosi ai piedi del padre, lo ringraziò con appassionata gratitudine, mentre i bei lineamenti del suo volto, alterati per l’eccitazione, esprimevano tutto ciò in maniera più eloquente di qualsiasi parola. ‘Alzati, Albione’, disse il duca; ‘tu sei degno di lei e lei di te ma siete ambedue troppo giovani. Dovrà trascorrere qualche anno prima che la vostra unione possa aver luogo; prima di allora dovrai pazientare, figlio mio’. La gioia di Albione fu attutita un po’ da queste parole ma il suo senso di gratitudine e di amor filiale così come l’amore lo costrinsero ad acconsentire, per cui subito dopo lasciò la stanza dirigendosi verso Oakwood House. Giunto lì riferì quanto era accaduto a Marina che, sebbene vergognosa sino all’inverosimile, si sentì quanto lui parimenti felice e sollevata dal dubbio lacerante. CAPITOLO III CITTA’ DI VETRO Qualche mese dopo il Duca di Strathelleraye decise di andare in visita a quella grande meraviglia del mondo, la grande citta africana di Città di Vetro, della cui splendida magnificenza e delle ricchezze si sapeva occasionalmente da lontano, attraverso notizie sospinte dalle brezze dell’oceano sin su verso la Felice Inghilterra. Ma la maggior parte degli abitanti di quell’isoletta aveva un carattere da sogno o da favola. Non si riusciva a capire come mai dei semplici esseri umani potessero costruire dei palazzi così meravigliosamente alti e grandiosi, secondo il modo in cui venivano rappresentati gli edifici pubblici; e quanto alla ‘Torre delle Nazioni’’, ben pochi credevano nella sua esistenza. Sembravano città antiche: Ninive o Babilonia, con i templi dedicati ai loro dei, Nino o Giove Belo e le loro sale di Astarté e Semalt. Molta gente crede infatti che tutto ciò venga ingrandito dalla vaga oscurità del tempo trascorso e dalla esagerazione della storia che è il tramite attraverso cui ad esso ci accostiamo. Avendo ricevuto molti inviti dagli abitanti di quella città, il duca, fra l’altro impaziente di verificare di persona la veridicità di tanta fama e visto che possedeva anche molte terre sulla costa d’Africa, rese noto alla consorte, al Marchese di Tagus e a Lord Cornelius che nel giro di un mese sarebbero partiti augurandosi che tutti loro si sentissero preparati ad affrontare tale evenienza e aggiungendo anche che al ritorno Marina Angus sarebbe diventata Marchesa di Tagus. Anche se per Albione fu una prova terribile doversi separare da qualcuno a cui si sentiva così legato, ciò nonostante trovò sollievo nell’ultima parte del discorso di suo padre ed obbedì senza alcuna protesta. L’ultima sera della sua permanenza a Strathelleraye disse tristemente addio a Marina, che piangeva inconsolabile; ad un certo punto però, con i bellissimi occhi illuminati da un sorriso che, come un raggio di luce, attraversò le sue lacrime di cristallo, ella sussurrò: ‘Sarò felice quando ritornerai’. Qundi partirono; ed Albione spesso durante il viaggio attraverso l’oceano immenso cercò conforto nelle sue ultime parole. E’ credenza comune che le parole dette a qualcuno che ci è caro al momento della separazione siano ispirate da un presentimento, e queste di certo non presagivano nient’altro se non la pace. CAPITOLO IV AMBIZIONI LETTERARIE Nel periodo di tempo previsto essi arrivarono a Città di Vetro e furono accolti con entusiasmo e cordialità. Dopo che ebbe visitato il regno, il duca ritornò nella metropoli principale stabilendo la sua residenza lì al Palazzo di Salamanca. Il Marchese di Tagus, per la bellezza nobile della sua persona, attirava considerevole attenzione dovunque andasse e in breve si guadagnò amici fedeli di grandi abilità e del ceto più nobile. Proprio perché amava la buona letteratura e le arti in genere, pittori e poeti furono presto annoverati fra i suoi più stretti seguaci. Egli stesso possedeva il genio più sublime anche se ancora non ne conosceva la portata. Un giorno, mentre meditava da solo sull’immensa barriera d’acqua che lo separava dalla bella Marina, decise di trasporre i suoi sentimenti su carta in forma tangibile in modo da poterli mostrare a lei in seguito e farle capire sino a che punto l’immaginazione avesse poi portato i suoi frutti. Presa la penna, circa in un quarto d’ora portò a termine una breve poesia di squisita bellezza. Il tentativo lo soddisfece e servì a placare l’angoscia che perdurava nel suo cuore. Gli diede però, allo stesso tempo, la consapevolezza delle sorprendenti capacità della sua mente ed un desiderio di rendersi immortale, l’ambizione della gloria, s’impossessò di lui. Era egli ammiratore devoto delle opere magnifiche che i tragici greci avevano lasciato per la meraviglia delle età successive, in particolare di quelle del Maestoso Sofocle e la sua mente era profondamente pervasa dello spirito dei loro voli rapaci verso regioni che erano ben più alte di quelle della Terra o persino del Parnaso. Essendosi reso conto delle proprie potenzialità, si decise a scrivere, come Milton, qualcosa che le Muse tradizionali non avrebbero fatto dimenticare di loro volontà e iniziò una tragedia dal titolo ‘Necropoli, ovvero la città dei morti’. Venivano in essa sottolineati dietro sollecitazione di una grande immaginazione i misteri della antica devozione degli Egizi, e in seguito egli stesso mi ha detto che, mentre scriveva, si sentiva assorto persino nelle parole che creava dalla propria mente. Tale produzione è sublime! E’ davvero, secondo le parole di un importante scrittore (il capitano Tree) ‘un nobile esempio della quasi totale perfezione dell’intelletto umano’; ma in essa si insinua un senso di tenera malinconia, dato che il pensiero di Marina lo perseguitava ed Amanthea, l’eroina, non ne era che la personificazione. Questa tragedia gli guadagnò l’alloro della fama e le sue produzioni successive, delle quali ognuna sembrava essere migliore delle altre, aggiunsero nuove ghirlande a quelle che già avevano abbellito le sue tempie. Non posso io seguirlo nello spendore della carriera letteraria, e neanche menzionare tutti i titoli delle sue varie opere. Basti dire che divenne uno dei poeti più grandi della sua epoca, ed uno dei motivi che lo spinsero alla fama fu quello di rendersi degno di possedere un tesoro come Marina. In qualunque cosa facesse, ella non era mai estranea ai suoi pensieri ed ancora non aveva mai consentito ad alcuna delle belle signore di Città di Vetro – per quanto ricche, nobili e dotate di innumerevoli doti di guadagnarsi la sua stima – visto che non avrebbe mai potuto paragonarle a lei. CAPITOLO V LADY ZELZIA ELLRINGTON Una sera Albione fu invitato a casa del conte Cruachan dove parecchie persone erano convenute per una festa. Fra gli ospiti c’era una dama che apparentemente dimostrava venticinque o ventisei anni. Era molto alta ed il viso era perfetto come un cesello romano. Aveva fisionomia bella e regolare, occhi brillanti e di color nero corvino, come lo erano anche le trecce della sua capigliatura riccioluta. La splendida carnagione scura veniva esaltata da una veste di velluto color cremisi ornata di ermellino ed una svolazzante piuma nera di struzzo aggiungeva imponente dignità al suo aspetto. Albione, nonostante la particolare avvenenza di lei, l’aveva notata a stento prima che il conte di Cruachan gliela avesse presentata come Lady Zelzia Ellrington. Era la donna più colta e famosa di Glass Town ed egli si compiacque di avere l’opportunità di conoscerla. Per alcuni minuti lo intrattenne conversando in maniera vivace ed eloquente, ed in verità nemmeno la stessa Madame de Staël avrebbe potuto superare Lady Zelzia in tale talento; proprio in quel momento ella diede il meglio di sé, visto che si trovava in presenza di un uomo tanto dotato e al quale sentiva ambiziosamente di voler piacere. Alla fine uno degli ospiti le chiese di favorire la compagnia con una canzone intonata al pianoforte a coda. Dapprima ella rifiutò ma quando Albione si unì alla richiesta si alzò e, preso dal tavolino della stanza di soggiorno un piccolo volume di versi lo aprì scegliendo una delle poesie del Marchese di Tagus. Ella quindi la trasformò in una bella aria e la cantò come segue, accompagnando con precisione la voce alle note emesse dallo strumento: Ti penso quando i raggi di luna giocano Sul filo delle acque tranquille; perché così il lampo splendente dei tuoi occhi brillava con simile grazia. Ti penso quando il cigno color neve Avanza con calma giù lungo il ruscello Le brezze a stento muovono le sue piume Intimorite dal loro abbagliante scintillìo. Perché così ho visto calmarsi il forte vento Che passava accanto alla tua bellezza Con soffice carezza e corsa giocosa Volare tra le tue trecce luminose. Ed ho visto gli uccellini selvatici volare In cerchio sul tuo capo Mentre tu rimanevi pallida come il giglio Ignara del loro amore. Oh! Quando verrà quel giorno in cui I miei occhi potranno di nuovo guardarti, Solo un vasto oceano, mare risonante E sempre fragoroso Si interpone fra noi Con i suoi flutti verdi Che si agitano alti nella tempesta. Questa canzone era stata scritta da Albione subito dopo il suo arrivo a Città di Vetro. Era dedicata a Marina. I toni pieni e ridondanti della voce di Lady Zelzia resero piena giustizia al tema ed egli espresse con veemenza l’onore che gli era stato fatto. Quando ella ebbe finito, la compagnia si sciolse perché si era ormai fatto tardi. CAPITOLO VI LO SPIRITO DI MARINA Man mano che Albion ritornava da solo verso casa, senza neppure accorgersene iniziò a ripensare alle sensuali attrattive di Lady Zelzia Ellrington confrontandole con quelle più delicate di Marina Angus. In un primo momento non riuscì a scegliere a quale delle due dare la preferenza in quanto, malgrado ancora idolatrasse Marina, quei quattro anni di assenza avevano comunque affievolito il ricordo della sua persona. Mentre così era assorto sentì una voce lieve ma lugubre che sussurrava ‘Albione’! Si girò frettolosamente all’indietro e vide un’immagine identica a quella di Marina a una certa distanza, chiaramente visibile alla luce della luna. ‘Marina! Mia carissima Marina!’ esclamò, balzando verso di lei, mentre una gioia inesprimibile gli riempiva il cuore ‘come sei arrivata qui?’ Nel pronunciare queste parole egli allungò la mano ma ella eluse la presa e scivolando via lentamente disse: ‘non mi dimenticare, sarò felice quando ritornerai’. A quel punto la visione sparì. Sembrava apparsa solo per confermare la propria superiorità sulla rivale e in verità già nel momento in cui ne aveva visto la bellezza egli aveva capito che essa non poteva lamentare alcun confronto. Subito dopo però la sua mente fu pervasa da meraviglia e perplessità. Non riusciva a valutare la visione se non come qualcosa di sovrannaturale, fenomeno che inoltre aveva sempre condannato sino al momento in cui non gli era capitato quell’avvenimento straordinario. C’era qualcosa, tuttavia, nella cui interpretazione non poteva sbagliarsi, vale a dire il continuo ripetersi delle sue ultime parole ‘Sarò felice al tuo ritorno’. Significava che ella era ancora viva e che quanto aveva visto non poteva essere il suo fantasma. Ciò nonostante egli annotò il giorno e l’ora, precisamente il 18 giugno 1815 a mezzanotte. Da quel momento la sua inclinazione naturale alla malinconia aumentò, perchè la di saperla morta prima che lui potesse far ritorno era il suo pensiero costante, e l’ardore della passione e il desiderio di rivederla ne furono raddoppiati. Alla fine, incapace di sopportare oltre questa miserabile condizione, ne parlò apertamente con suo padre e il duca, impietosito dal suo dolore e dalla fedeltà del figlio, gli concesse l’ autorizzazione a tornare in Inghilterra per riportare Marina con sè in Africa. CAPITOLO VII IL RITORNO DI ALBIONE Non voglio infastidire il lettore con la descrizione minuziosa dei particolari del viaggio di Albione, ma riprenderò la narrazione a partire dal suo arrivo in Inghilterra. Era una bella sera del settembre 1815 quando egli riuscì a raggiungere Strathelleraye. Senza nemmeno entrare nella casa dei suoi padri si diresse immediatamente verso Oakwood House. Avvicinandosi però quasi si inibì al pensiero che ella poteva esser morta ma con grandi speranze e raccogliendo tutte le forze oltrepassò il prato e arrivò in vista delle vetrate della sala da pranzo. Man mano che si avvicinava, un suono dolce proveniente da un’arpa gli accarezzò l’orecchio. Il cuore gli sobbalzò a quel suono. Sapeva infatti che solo le dita di lei potevano produrre quei toni melodiosi con i quali ora si fondeva l’armonia di una voce ben conosciuta, dolce e triste allo stesso tempo. Egli sollevò il ramo di vite che oscurava la porta e scorse Marina, più bella di quanto l’avesse mai immaginata, seduta all’arpa che con le dita affusolate sfiorava le corde tremolanti. Senza farsi vedere da lei, dato che gli volgeva le spalle, entrò; sedutosi chinò la testa sulla mano e, ad occhi chiusi, ascoltò con grande trasporto le seguenti parole: A lungo il mio orecchio ha atteso Il passo che mai è ritornato; gli occhi mi brillavano di lacrime, ed il mio cuore è morto di giorno in giorno ma ora riposo. La natura stessa mi sembrava in lutto; ed anche il fiorellino di bosco, con i bei petali che adornavano la strada che porta al rifugio, è appassito. Dall’antro della montagna, dai boschetti che riempiono la collina dal ruscello e dalla fonte suoni profetici ancora mormoravano, colpiti da dolore. I venti premonitori soffiavano Sospirando fra gli alti alberi frondosi; uccelli malaguranti, con verso stridulo ruotavano nella brezza lamentandosi su di me. A questi suoni impallidivo e tremavo A ogni passo sollevavo il capo, prestando ascolto nel caso fosse il suo; O se mai si sapesse da lontano Che egli fosse morto. Tutte le mie giornate erano di pianto; i pensieri pervasi dalla sorda disperazione; il tempo sembrava avanzare con piedi di piombo la lunga tristezza, la speranza disillusa hanno incancrenito il mio cuore. A questo punto musica e canto si fermarono all’improvviso. Albione sollevò il volto. Tutto era buio se non dove gli argentei raggi di luna mostravano rovine e desolazione al posto dell’ambiente elegante che solo pochi minuti prima aveva rallegrato la sua vista. Non c’era traccia visibile di Marina, nè di arpa o altro strumento e il freddo raggio lunare illuminava uno spazio vuoto invece che una vetrata. Egli si alzò in piedi e chiamò a voce alta: ‘Marina! Marina!’ Ma solo un’eco, come proveniente da stanze vuote, gli ritornò in risposta. Completamente sconvolto si affrettò a correre all’aria aperta. Un bambino si aggirava da solo nei pressi del cancello ed avanzando verso di lui disse: ‘Ti condurrò da Marina Angus; si è trasferita in un altro posto’. Albione seguì il bambino sino a quando raggiunse con lui una lunga fila di alberi oscuri che portavano ad un cimitero, nel quale si addentrarono. Il bambino svanì, lasciando Albione accanto ad una lapide di pietra bianca su cui era inciso: MARINA ANGUS Deceduta il 18 giugno 1815 a mezzanotte Dopo che Albione ebbe letto ciò avvertì un senso di pena terribile che gli trapassò il cuore e l’intero essere. Con un forte gemito cadde bocconi sulla tomba e rimase lì senza sensi per lungo tempo sin quando, alla fine, fu risvegliato da quel torpore mortale dalla vista dello spirito di Marina che venutogli accanto per un momento a mormorargli ‘Albione, sono felice perchè in pace’, scomparve. Per alcuni giorni egli si aggirò intorno alla tomba ma poi lasciò Strathelleraye, dove di lui non si sentì mai più parlare. ................................ Brevemente riferirò delle ragioni della morte di Marina. Quattro anni dopo la partenza di Albione pervenne al villaggio la notizia che egli era morto. Ciò spezzò il cuore fedele di Marina. Il giorno dopo, ella non esisteva più. C.B. 12 ottobre 1830 NOTE Charlotte immagina che sia Charles Wellesley, secondogenito del Duca di Wellington e quindi fratello minore del Duca di Zamorna a scrivere il racconto, ricordandone un periodo della vita giovanile. L’espressione originaria del testo ‘na – sheep – shanks’ equivale letteralmente a ‘non con le gambe di una pecora’, e quindi personaggio di un certo rilievo. E’ chiaramente un ‘lapsus’ di Charlotte che serve però a identificare senza alcun dubbio Albione con Arthur Wellesley, futuro duca di Zamorna.